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Dove vedere il foliage più bello in Italia

Dieci luoghi dove l’autunno incontra storie di uomini, animali, leggende e territori da conoscere davvero.

Dove vedere il foliage più bello in Italia

In autunno ci sono boschi che cambiano colore. E ce ne sono altri che, insieme alle foglie, sembrano cambiare anche voce.

Un lago che, secondo la leggenda, sarebbe nato dalla clava di Ercole. Una valle da cui per secoli partirono bambini destinati a diventare spazzacamini. Una montagna riforestata da un imprenditore quando ancora nessuno parlava di sostenibilità. Un santuario dove un orso è diventato il compagno di un santo.

Il foliage può essere spettacolare anche senza sapere nulla di ciò che ci circonda. Ma quando scopriamo chi ha vissuto quei boschi, quali animali li abitano, quali storie vengono raccontate da secoli e chi oggi prova a proteggerli, il paesaggio smette di essere soltanto bello.

Diventa qualcosa da ricordare.

Abbiamo scelto dieci luoghi d’Italia dove andare in autunno non soltanto per fotografare foglie rosse, gialle e arancioni, ma per incontrare storie di uomini, animali e territori.

1. Monti Cimini e Lago di Vico, Lazio — Il lago di Ercole e gli animali che tornano liberi

Secondo la leggenda, tutto cominciò con una sfida.

Ercole avrebbe conficcato la propria clava nel terreno e invitato gli abitanti del luogo a estrarla. Nessuno ci riuscì.

Quando fu lui a riprenderla, dalla terra sarebbe sgorgata una quantità d’acqua tale da riempire la valle.

Così, almeno secondo il mito, sarebbe nato il Lago di Vico.

La geologia racconta naturalmente un’altra storia: il lago occupa una grande caldera vulcanica. Ma forse è proprio questo contrasto tra mito e natura a renderlo uno dei luoghi più affascinanti dei Monti Cimini.

In autunno, salendo lungo la Cassia Cimina, il paesaggio cambia rapidamente. Faggi, castagni e cerri prendono colori caldi e, improvvisamente, tra i boschi compare il lago.

Ma a pochi chilometri dall’acqua esiste una storia molto più contemporanea.

Un ospedale per gli animali del bosco

Dal 1983 nella Riserva Naturale del Lago di Vico opera un Centro Recupero Animali Selvatici.

Qui arrivano rapaci feriti, giovani uccelli non ancora capaci di volare, cuccioli di mammifero, rettili e altri animali selvatici in difficoltà.

Vengono curati, nutriti e riabilitati. Alcuni devono imparare nuovamente a volare prima di poter essere liberati.

Il Centro dispone anche di un lungo tunnel di volo dove gli uccelli recuperano forza e muscolatura prima di tornare in natura.

È una storia poco conosciuta che cambia il modo di guardare questi boschi.

Perché tra quelle chiome color rame potrebbe esserci un falco che, qualche mese prima, non riusciva più a volare.

Quando andare

Generalmente tra la seconda metà di ottobre e l’inizio di novembre, anche se colore e durata del foliage dipendono molto dalle temperature e dalle piogge dell’anno.

Da non perdere: la strada tra Ronciglione, Caprarola e il lago, le faggete dei Monti Cimini e un giro lungo le sponde della Riserva.

Lo sapevi che? Il Lago di Vico è uno dei più importanti luoghi di svernamento per l’avifauna acquatica del Lazio.

2. Val Vigezzo, Piemonte — Le streghe, il treno e i bambini dentro i camini

Oggi molti arrivano qui per uno dei viaggi autunnali più conosciuti d’Italia: quello sulla ferrovia che attraversa la Valle Vigezzo tra boschi e montagne colorate.

Ma dietro quelle finestre, oltre alle foglie, c’è una valle piena di storie.

Una delle più antiche racconta di un uomo chiamato Pantaleone.

Secondo la tradizione, stava salendo verso gli alpeggi con due muli quando incontrò quattro donne in un campo di segale.

Continuò a camminare, ma il cielo cambiò improvvisamente. I muli si fermarono. Arrivò una tempesta e Pantaleone si convinse che quelle donne fossero streghe.

La leggenda racconta che, dopo aver invocato il santo di cui portava il nome, la tempesta cessò. Per ringraziarlo avrebbe fatto costruire una cappella sulla montagna.

Ancora oggi, sotto la Pioda di Crana, quella storia continua a essere raccontata.

La favola nera degli spazzacamini

Ma la storia più dura della Valle Vigezzo non appartiene alla leggenda.

Per molto tempo da questi paesi partirono uomini e soprattutto bambini per lavorare come spazzacamini.

I più piccoli erano particolarmente richiesti perché il loro corpo permetteva di entrare nelle canne fumarie.

Lasciavano le famiglie durante l’inverno, spesso per andare lontano. Alcuni attraversavano le Alpi e lavoravano in Francia, Germania, Olanda o in altre regioni europee.

Era un lavoro sporco, pericoloso e spesso accompagnato da fame e maltrattamenti.

A Santa Maria Maggiore esiste oggi un Museo dello Spazzacamino che conserva attrezzi, vestiti, fotografie e testimonianze di quella migrazione.

Guardando i boschi colorati della Val Vigezzo è difficile immaginare che, per molti bambini, l’arrivo dell’autunno significasse invece partire.

Quando andare

Tra metà ottobre e i primi giorni di novembre. La quota e l’esposizione fanno sì che il colore possa cambiare sensibilmente da una zona all’altra della valle.

Da non perdere: Santa Maria Maggiore, Craveggia e un tratto della ferrovia panoramica tra Piemonte e Canton Ticino.

3. Oasi Zegna, Piemonte — L’uomo che decise di ricostruire una montagna

All’inizio del Novecento, sopra Trivero, quella montagna era molto diversa.

Ermenegildo Zegna, fondatore del lanificio che portava il suo nome, cominciò a immaginare che un’industria non dovesse limitarsi a produrre.

Poteva anche restituire qualcosa al territorio.

Negli anni Trenta avviò un grande progetto di riforestazione delle pendici sopra il paese e fece costruire una strada panoramica che collegava il fondovalle alla montagna.

Furono messi a dimora centinaia di migliaia di alberi.

Quello che oggi chiamiamo Oasi Zegna nasce da quella visione.

Una parte del paesaggio che oggi consideriamo naturale è quindi anche il risultato di una scelta umana fatta quasi un secolo fa.

Un bosco che oggi deve essere curato di nuovo

La storia non è finita.

Il cambiamento climatico e le nuove patologie forestali stanno mettendo sotto pressione molti boschi delle Alpi Biellesi.

Per questo negli ultimi anni è nato il progetto Zegna Forest, che sostituisce gli alberi malati, apre spazi per la rigenerazione e mette a dimora nuove piante, privilegiando specie capaci di rendere il bosco più resistente.

È un modo interessante di leggere il foliage.

Non come qualcosa di immutabile, ma come un organismo che cambia e ha bisogno di essere accompagnato nel tempo.

Quando andare

Ottobre è generalmente il mese più interessante. Faggi e altre latifoglie si mescolano alle conifere creando un paesaggio molto diverso da quello delle faggete pure.

Da non perdere: la Panoramica Zegna e il Bosco del Sorriso.

Una storia da portarsi a casa: a volte un bosco che sembra antico può essere anche il risultato di una scelta fatta da qualcuno per il futuro.

4. Val di Non, Trentino-Alto Adige — Il santo che cavalcò un orso

Per raggiungere il Santuario di San Romedio bisogna entrare in una gola stretta, salire gradini e guardare verso uno sperone di roccia sul quale sembrano essersi aggrappate chiese e cappelle.

È uno dei luoghi più particolari della Val di Non.

Ed è legato a una delle leggende animali più conosciute del Trentino.

Si racconta che Romedio, ormai anziano, volesse raggiungere Trento per incontrare il vescovo Vigilio.

Durante il viaggio un orso avrebbe assalito e ucciso il suo cavallo.

Romedio, invece di fuggire, si sarebbe avvicinato all’animale e lo avrebbe ammansito.

Poi sarebbe salito sulla sua schiena e avrebbe proseguito il viaggio verso Trento.

Quando una leggenda diventa protezione

Molti secoli dopo, quella storia ha avuto una conseguenza reale.

Nel 1958 il naturalista e senatore Gian Giacomo Gallarati Scotti fece trasferire presso il santuario un orso che viveva in cattive condizioni di cattività.

Da allora l’area faunistica accanto a San Romedio ha continuato a ospitare orsi che non potevano essere restituiti alla vita selvatica.

Così un racconto medievale ha finito per creare, secoli dopo, un legame concreto tra quel luogo e la cura degli animali.

Il colore della valle

In autunno la Val di Non non è fatta soltanto di boschi. Ci sono meleti, canyon, castelli e pendii che cambiano colore in tempi diversi.

È proprio questa alternanza a renderla interessante.

Quando andare: tra ottobre e i primi giorni di novembre.

Da non perdere: il Santuario di San Romedio e uno dei percorsi che attraversano i canyon della valle.

5. Foreste Casentinesi, Toscana ed Emilia-Romagna — Il bosco dei monaci e il ritorno del lupo

Ci sono luoghi in cui gli alberi hanno avuto quasi la stessa importanza degli edifici.

Le Foreste Casentinesi sono uno di questi.

Per secoli monaci, boscaioli, pastori e comunità di montagna hanno vissuto dentro e intorno a queste foreste.

A Camaldoli la gestione del bosco era parte stessa della vita monastica.

Abeti, faggi e altre specie venivano utilizzati, protetti e rinnovati secondo regole che cercavano di garantire continuità alla foresta.

Il legno dell’Appennino non era soltanto combustibile: era materiale da costruzione, ricchezza e sopravvivenza.

Oggi il cuore del Parco comprende alcune delle foreste più preziose d’Europa.

Il lupo che non se n’è mai andato del tutto

Poi c’è lui.

Il lupo.

Nel Novecento in Italia arrivò vicino all’estinzione. Nelle Foreste Casentinesi, però, la sua presenza sembra non essersi mai completamente interrotta.

Oggi il lupo vive stabilmente nel Parco ed è diventato anche il protagonista di programmi di monitoraggio, percorsi didattici e attività dedicate alle famiglie.

A Moggiona esiste persino un percorso dedicato al lupo, con un piccolo museo e attività per riconoscerne tracce e comportamento.

È un bel rovesciamento di prospettiva: l’animale che per secoli veniva raccontato come nemico oggi è diventato uno dei simboli della salute della foresta.

Quando andare

Tra metà ottobre e la prima metà di novembre. Qui le faggete possono diventare un mosaico molto intenso di giallo, ruggine e rosso.

Da non perdere: Camaldoli, La Verna e uno dei sentieri nelle faggete più interne.

6. Forca d’Acero, Lazio e Abruzzo — Dove passavano i briganti e oggi camminano gli orsi

Forca d’Acero è un valico.

Ma per molto tempo è stato anche un confine.

Da una parte lo Stato Pontificio. Dall’altra il Regno di Napoli.

Montagne, boschi e valloni che oggi attraversiamo per vedere il foliage erano territori difficili da controllare, perfetti per nascondersi e per attraversare clandestinamente una frontiera.

Qui le storie dei briganti non sono una decorazione turistica.

Fanno parte della memoria di queste montagne.

Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise propone ancora percorsi che attraversano quella che viene chiamata Grotta dei Briganti e ricordano gli scontri tra briganti e piemontesi.

Il bosco che oggi appartiene agli animali

Le stesse faggete che un tempo offrivano rifugio agli uomini sono oggi habitat di lupi, cervi, caprioli e orsi marsicani.

Non significa che durante una passeggiata incontreremo un orso dietro un albero.

Anzi, la fauna selvatica va osservata senza inseguirla e senza trasformare il bosco in un safari.

Ma sapere che questi animali vivono davvero qui cambia la percezione del paesaggio.

Il bosco non è vuoto.

È abitato.

Quando andare

Da metà ottobre ai primi giorni di novembre, periodo nel quale le faggete del valico raggiungono spesso i colori più intensi.

Da non perdere: i sentieri tra le grandi radure e le formazioni carsiche di Forca d’Acero.

Il consiglio Kraboo: qui meno rumore si fa, più cose si scoprono.

7. Foresta Umbra, Puglia — Il bosco che non dovrebbe essere lì

Se pensiamo al Gargano, probabilmente immaginiamo il mare.

Scogliere bianche, baie, trabucchi.

Poi si entra nella Foresta Umbra e il paesaggio sembra appartenere a un altro pezzo d’Italia.

Faggi giganteschi, tassi, aceri, carpini e un bosco così fitto che in alcuni punti la luce fatica ad arrivare al suolo.

La cosa più sorprendente è che molti di quei faggi crescono a quote insolitamente basse.

Gli studiosi parlano di faggete depresse.

Particolari condizioni microclimatiche consentono infatti al faggio di vivere qui molto più in basso rispetto a quanto accade normalmente.

È come se un piccolo pezzo di montagna del Nord fosse rimasto intrappolato nel cuore della Puglia.

Il capriolo che appartiene al Gargano

Tra gli animali della Foresta Umbra ce n’è uno particolarmente importante.

Il capriolo italico del Gargano appartiene a uno dei pochissimi nuclei autoctoni rimasti in Italia.

È una popolazione che ha conservato caratteristiche proprie e che per questo ha un grande valore scientifico e conservazionistico.

È un animale discreto.

È molto più probabile vedere il segno del suo passaggio che incontrarlo davvero.

Ed è forse giusto così.

Quando andare

Tra la seconda metà di ottobre e novembre.

Da non perdere: il cuore della Foresta Umbra e i percorsi attorno al laghetto e alle faggete più mature.

Lo sapevi che? Nella foresta vivono anche rapaci, gatti selvatici, martore e numerose specie di picchi.

8. Sila, Calabria — Il bosco dove il lupo non è mai stato soltanto una favola

Le foreste della Sila sembrano fatte apposta per produrre racconti.

Alberi enormi, nebbia, radure improvvise e chilometri di bosco dove ancora oggi il silenzio può essere quasi assoluto.

Non sorprende che questo territorio abbia generato storie di briganti, pietre sacre, animali misteriosi e luoghi considerati magici.

Il Parco Nazionale della Sila conserva e raccoglie ancora molte di queste leggende.

Tra i protagonisti ricorre continuamente il lupo.

Il lupo reale dietro quello delle storie

Per generazioni il lupo è stato raccontato come una minaccia.

Era il predatore che portava via le pecore, l’animale della notte, la presenza da temere nei boschi.

Oggi sappiamo quanto il suo ruolo sia invece importante per l’equilibrio degli ecosistemi.

La Sila conserva una delle immagini più forti di questo passaggio: dallo spavento alla conoscenza.

Accanto alle leggende esistono programmi di tutela, studi sulla fauna e un territorio nel quale convivono lupo, cervo, capriolo, cinghiale e numerose altre specie.

E tra le storie raccolte dal Parco compare anche quella della lontra, altro animale schivo che racconta la qualità degli ambienti acquatici.

Quando andare

Ottobre e inizio novembre, con differenze notevoli a seconda dell’altitudine.

Da non perdere: Camigliatello, i Giganti della Sila e uno dei percorsi nei boschi più interni.

Da ricordare: qui il foliage non è soltanto colore. È uno dei momenti in cui una grande foresta del Sud mostra tutta la propria natura montana.

9. Aritzo e Gennargentu, Sardegna — Quando la neve diventava un mestiere

La Sardegna d’autunno può sorprendere già per un motivo semplice.

Qui esistono boschi di castagni e noccioli, paesi a ottocento metri di quota e montagne dove in inverno può nevicare abbondantemente.

Aritzo è uno di questi luoghi.

Per secoli, la neve non era soltanto qualcosa da guardare.

Era una risorsa.

Sul Gennargentu veniva raccolta durante l’inverno e conservata in apposite strutture. Quando arrivava la bella stagione poteva essere utilizzata per preparare bevande e sorbetti.

Da questa tradizione nasce anche la carapigna, il sorbetto al limone ancora oggi legato ad Aritzo.

Una storia che racconta un tempo nel quale il freddo della montagna diventava commercio.

Castagni, mufloni e una Sardegna diversa

Intorno al paese crescono boschi di castagni e noccioli.

Più in alto il Gennargentu appartiene a un mondo differente, fatto di roccia, pascoli e grandi spazi dove vive anche il muflone.

È una Sardegna lontanissima dalla spiaggia.

E forse proprio per questo vale il viaggio.

Quando andare

Ottobre e novembre sono i mesi più interessanti per castagni e paesaggi autunnali dell’interno.

Da non perdere: Aritzo, i suoi boschi e una passeggiata verso le aree montane del Gennargentu compatibilmente con meteo e difficoltà dei sentieri.

Da assaggiare: la carapigna. Sapendo che, dietro un semplice sorbetto, c’è la storia della neve raccolta in montagna.

10. Foresta di Tarvisio, Friuli-Venezia Giulia — Gli alberi che diventano musica

Questa storia comincia più di mille anni fa.

Nel 1007 l’imperatore Enrico II donò la Foresta di Tarvisio al vescovo di Bamberga.

Ancora oggi parte dei diritti legati all’utilizzo del legname affonda le proprie radici in quell’epoca medievale.

È una delle foreste più grandi e importanti dell’arco alpino italiano, distesa lungo un territorio di confine tra Italia, Austria e Slovenia.

Ma tra milioni di alberi ce ne sono alcuni che vengono cercati per una caratteristica particolare.

Quando un abete diventa uno strumento

In queste foreste cresce un abete rosso particolarmente apprezzato per le sue qualità acustiche.

È il cosiddetto legno di risonanza.

Alcuni tronchi, selezionati per struttura e caratteristiche del legno, possono diventare tavole armoniche per strumenti musicali a corda.

Così un albero cresciuto per decenni lentamente tra queste montagne può continuare la propria storia sotto forma di suono.

È difficile trovare un collegamento più bello tra bosco e uomo.

Una foresta di confine

Tarvisio è anche un luogo dove culture e lingue si incontrano.

Da secoli uomini, merci e animali attraversano queste montagne.

Oggi la foresta ospita uno dei sistemi faunistici più ricchi delle Alpi orientali.

E in autunno abeti sempreverdi, faggi e altre latifoglie creano un contrasto spettacolare.

Quando andare

Ottobre è generalmente il periodo migliore, ma alle quote più alte il colore può arrivare prima.

Da non perdere: Val Saisera, Valbruna e uno dei percorsi all’interno della Foresta di Tarvisio.

Una storia da ascoltare: quando guardate gli abeti, pensate che qualcuno di loro potrebbe un giorno diventare musica.

Il foliage dura poco. Le storie molto di più.

Il momento perfetto dell’autunno è difficile da prevedere.

Una settimana di freddo può accelerare il cambiamento. Il vento può spogliare un bosco in pochi giorni. Una stagione più calda può ritardare tutto.

Forse è proprio questa fragilità a renderlo così affascinante.

Ma c’è un modo per non trasformare il viaggio in una caccia alla fotografia perfetta.

Andare sapendo cosa stiamo guardando.

Sapere che vicino a un lago qualcuno cura un rapace ferito.

Che in una valle alpina bambini partivano per entrare nei camini.

Che un bosco è stato piantato pensando alle generazioni future.

Che una leggenda racconta di un santo che cavalcava un orso.

Che una faggeta può crescere dove, teoricamente, non dovrebbe.

Che un albero può diventare un violino.

Alla fine il foliage è soltanto il momento in cui questi luoghi attirano il nostro sguardo.

Il vero viaggio comincia quando decidiamo di ascoltarli.

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Leggere sognando ad occhi aperti
Lettore Kraboo

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